...christmas card
maniche corte
grilli e zanzare
e un regalo: "un secret entre moi et toi"
...uau!
giovedì 8 dicembre 2011
mercoledì 7 dicembre 2011
Fuori dalla cucina
È stato un pomeriggio lungo ma soprattutto pesante, stancante: dopo una lunga discussione, una lunga passeggiata, una lunga chiacchierata… tornare a casa, scegliere di fermarsi un po’ proprio con Alì e Madì – cuoco e autista – e sedersi per terra, su queste pietre rosse e sentirsi dire da loro “Voi non guardate mai dove vi sedete, non vi importa se è per terra …i bianchi di solito si preoccupano sempre se sono puliti o no ma voi… siete belli così” e parlare, ridere e scherzare in completa armonia e complicità… non può che far tornare il sorriso. Perché anche per oggi abbiamo fatto quello che più di tutto al mondo ci piace fare: vivere… in mezzo agli altri e “lasciarci sporcare”!
martedì 6 dicembre 2011
sabato 3 dicembre 2011
Oltre la lingua
Siamo in cinque, cinque bianchissimi nasara ( = uomo bianco) a passeggio per il mercato del villaggio. Dobbiamo comprare piccole cose, chi per ricordo e chi per necessità. Poi è arrivata un’orda di bambini, i timidi e i meno timidi e… siamo circondati! Io non so bene, ma secondo me se ci fossimo messi a contarli ci saremmo fermati intorno alla cinquantina. Arrivano attraversando il mercato dopo la partita di calcio, competizione tra le diverse classi di una scuola. Ci guardano, ci scrutano proprio! Camminiamo per le strade con loro, come sempre ci seguono. Ci insegnano a contare in samo e noi in italiano. Ci fermiamo nel grande spazio davanti alla chiesa, cantiamo: noi i nostri soliti risentitissimi bans, loro le canzoni in samo e… ballano per noi! Un cerchio grandissimo, con la luce del tramonto, voci di bambini: sembra un festa!!! Scende il sole, si fa buio e dobbiamo rientrare, ma soprattutto siamo in pensiero per loro: anche i bambini devono fare ritorno alle loro case, dove qualcuno li aspetta…o almeno così è bello pensare. Invece non ci lasciano andare, anzi ci accompagnano fino davanti al cancello: un tragitto troppo breve e dire che abbiamo seguito la pista e non abbiamo tagliato per le scorciatoie. Passi scanditi dalle canzoni che cantiamo e che loro ripetono rasentando la perfezione.
Poi si allontanano. Abbraccio spontaneo e sincero con la Teresa: finalmente i bambini, tanti come solo in Africa ne son rimasti.
venerdì 2 dicembre 2011
Alessia
Ore 10.30, accompagnata da Madì - l’autista – dal Centro alla casa, scorgo passando in automobile una bambina, seduta sola all’angolo di un muro, poco distante dall’ingresso del centro. Non do tanto peso a questa immagine, ma continuo a pensarci quando dopo poco ritorno al centro. Non ci sto, esco e vado a vedere se davvero quella bambina è quella che pensavo… ma qui, per me, ancora sono tutti molto simili. Invece…è lei, Alessia. Una dei bambini del centro, orfana di entrambi i genitori, affidata al nonno molto anziano e quasi cieco, con cui abita insieme alla zia e gli altri cinque figli di questa; conosciuti proprio ieri. La saluto, le faccio una carezza. Non un sorriso, nemmeno una qualsiasi reazione. Aspetto. La prendo in braccio e mi indica le ciabatte, rimaste a terra. Le prendiamo con noi, pochi passi per uscire dalle sterpaglie e camminiamo, mano nella mano, verso il Centro. Un ritmo lentissimo nei suoi passi, probabilmente se davvero l’avessi dovuta seguire, non ci saremmo spostate da quel muro. Ma è d’accordo, lei segue me e quei venti metri diventano lunghissimi, come se fossero kilometri per il tempo impiegato a percorrerli. Alessia continua a non guardare nessuno, non dà attenzioni, non si interessa a chi e che cosa la circonda. Se le lasciamo la mano non fa un passo.
Ma mi prendo cura di lei: le pulisco il viso, le sistemo la felpa, le do da bere… semplici gesti di cura, forse coccole. Affetto senza dubbio. Passa un’ora, forse anche di più. È un tempo davvero senza scansioni, è tutto uguale. Invece poi non so cosa succede, ma Alessia adesso stringe la mano e guarda negli occhi. La lascio andare, segue gli altri bambini nei giochi. Mi aiuta a sistemare le sedie per tutti i bambini che tra poco arriveranno per il pranzo. Sale sui tavoli, ride
e vola…
Non serve tanto altro
Marie Jean spesso ha lo sguardo cupo e troppo serio per i suoi sei anni. Non ci sono tanti perché: non ha né mamma né papà. Li muove veloce i suoi occhi neri, scappa dagli sguardi degli altri. Poi ho pensato “è una bambina, cosa serve ad una bambina?” Qualcuno che si interessi di lei.
Quando oggi Marie Jean è arrivata al Centro per il pasto ho tenuto stretta la sua mano, allungata per dire <Bon jour> e le ho chiesto <Ca va?> e <Et l’ecole?>. Non ho dovuto aggiungere altro: Marie Jean ha scosso la testa e si è fatta spazio di fianco a me. È stata appoggiata alla mia spalla mentre arrivavano tutti gli altri bambini. Ha anche accennato ad un sorriso di risposta ad una carezza prima di andare a mangiare.
Ci voleva una piccola invisibile attenzione.
giovedì 1 dicembre 2011
1 dicembre: è da oggi Natale
Occhi ancora un po’ chiusi, forse più per la luce accecante delle 8.30 piuttosto che per la notte disturbata dal freddo, ma che inevitabilmente si spalancano quando, scesi dalla macchina, tre bambini sono corsi verso di noi: Ismael, Babane e Farid. Tendono le loro mani sporche e un po’ umidicce, educatissimi fin da piccoli quali sono nei saluti. Ismael ritarda un po’, fruga nelle tasche dei suoi jeans, ma capisco che devo aspettare. Mi chino per farmi più vicina a lui ed ecco che mi allunga ciò che cercava: due caramelle. Rimango stupita e non capisco bene; non ho nemmeno il tempo sufficiente per fargli capire quanto avevo apprezzato il suo gesto. Lui si gira, corre, se ne va. Resto sbigottita, con gli occhi che un po’ si richiudono, questa volta per nascondere la commozione. Ismael mi ha regalato due caramelle che io non ho nemmeno potuto mangiare. Mi ha regalato tutto ciò che probabilmente aveva.
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