Cercava
e cercava nel suo zainetto. Non doveva essere veramente difficile trovarci
qualcosa siccome era mezzo vuoto e si capiva che era l’imbarazzo e la timidezza
a farla temporeggiare.
Ripeteva “Ho due manghi del mio albero per voi”. Ha dovuto ridirlo ancora un
paio di volte perché io ero convinta di capire male quello che stava sussurrando.
Invece ha davvero preso due manghi, piccoli e immaturi, che le riempivano alla
perfezione le sue manine.
E ce li ha regalati.
martedì 20 marzo 2012
venerdì 16 marzo 2012
Il calore della febbre
Il caldo massacra l’Africa, con la polvere e la siccità che
porta; ma se non ci si dorme qualche volta, non si può immaginare che le notti
sono ventose e fredde. Si, fredde perché lo sbalzo termico le fa sentire così
su questi corpi accaldati dal sole della giornata.
Guardandomi intorno mi viene quasi da dire che a questa gente piace sudare. Bambini con maglioni di lana e goccioline che scivolano dalla fronte; magliette sotto le camicie, pantaloni sotto le gonne.
Invece a me questo caldo non dà tregua, ma il freddo mi ha colto di sorpresa dopo che per una settimana il sonno era diventato una lotta continua nel girare e rigirare il cuscino per trovare la parte più fresca.
Così il freddo della notte mi ha fatto ammalare ed ho scoperto perché si dice “sono raffreddata”. Niente di chè, i nonni direbbero che è il cambio di stagione ed in effetti, ancora una volta, avrebbero ragione.
Quindi febbre, raffreddore, tosse e mal di gola mi hanno costretto a due giorni di riposo e mi hanno permesso di mettere nuovamente alla prova questo popolo.
Teresa che parte da sola per la messa alla mattina, a comprare il pane, due ruote in giro per Toma e non quattro, da sola al Centro.
Alice è a casa.
Ma, uno dopo l’altro, arrivano loro: Anna e Rebecca, Ciriaque, Beatrice, Rosalie. Sorpresa ed anche un po’ in imbarazzo, non so bene sbrigarmela. Sembrano davvero preoccupati, ma sono malesseri sopportabilissimi qui, in mezzo a gente perennemente malata e senza cure. Starnuti e occhi lucidi febbricitanti tradiscono la mia buona salute, ma riesco comunque a rasserenarli con qualche battuta e parole in samo.
Teresa poi torna a casa con una papaya regalatami e qualche disegno da parte dei bimbi.
Guardandomi intorno mi viene quasi da dire che a questa gente piace sudare. Bambini con maglioni di lana e goccioline che scivolano dalla fronte; magliette sotto le camicie, pantaloni sotto le gonne.
Invece a me questo caldo non dà tregua, ma il freddo mi ha colto di sorpresa dopo che per una settimana il sonno era diventato una lotta continua nel girare e rigirare il cuscino per trovare la parte più fresca.
Così il freddo della notte mi ha fatto ammalare ed ho scoperto perché si dice “sono raffreddata”. Niente di chè, i nonni direbbero che è il cambio di stagione ed in effetti, ancora una volta, avrebbero ragione.
Quindi febbre, raffreddore, tosse e mal di gola mi hanno costretto a due giorni di riposo e mi hanno permesso di mettere nuovamente alla prova questo popolo.
Teresa che parte da sola per la messa alla mattina, a comprare il pane, due ruote in giro per Toma e non quattro, da sola al Centro.
Alice è a casa.
Ma, uno dopo l’altro, arrivano loro: Anna e Rebecca, Ciriaque, Beatrice, Rosalie. Sorpresa ed anche un po’ in imbarazzo, non so bene sbrigarmela. Sembrano davvero preoccupati, ma sono malesseri sopportabilissimi qui, in mezzo a gente perennemente malata e senza cure. Starnuti e occhi lucidi febbricitanti tradiscono la mia buona salute, ma riesco comunque a rasserenarli con qualche battuta e parole in samo.
Teresa poi torna a casa con una papaya regalatami e qualche disegno da parte dei bimbi.
Mercoledì abbiamo avuto il tempo, usando questa febbre un
po’ come scusa, per bere un the alla Citè des Jeunes, proprio qui di fianco a
noi. Un the bollente e lungo, preparato, zuccherato, sorseggiato e condiviso
dalle 15 alle 19.30 con altri giovani che passavano di lì.
Questa mattina è passato a salutarmi l’abbè Daniel; come ha
fatto a saperlo?! “Me l’hanno detto i burkinabè”. Bè, sappiatelo, a me ha fatto
sorridere di tenerezza. Perché non è la prima volta che questa gente si
preoccupa per noi. Ci dice “Non abbiamo nulla da darvi, allora come possiamo
aiutarvi? Possiamo preoccuparci per voi e cercare di rendervi felice facendovi
stare bene tra di noi”.
Ma oggi pomeriggio il regalo più bello: Lazare è arrivato
con un sacchettino. Dentro quattro biscotti al sesamo. Ieri avevo
abbondantemente espresso il desiderio di mangiarli. Se fossi stata in Italia,
certo lo avrei abbracciato.
un regalo da Marie Jeanne
venerdì 9 marzo 2012
Santi i pampers
Abdul Karim ha tre mesi. È il fratellino di Salif e Adama,
due gemellini di sei anni. L’ho trovato al centro, sdraiato su un sacco di iuta
e un pagne, mentre la sua bella mamma aiutava la cuoca a preparare il pasto per
gli altri 57 bambini.
Abdul è cicciottello, porta una braccialetto di rame al polso e una cordicina annodata intorno alla vita a cui è appesa una moneta da 5 franchi. Stava sdraiato per terra e non la smetteva di sgambettare e stringere il pezzo di stoffa sotto di lui con i suoi piccoli pugni. Non ho resistito e sfiderei chiunque a farlo: mi sono chinata ed ho cominciato a parlargli in un italiano per tutti incomprensibile ma in quella lingua universale che ci faceva capire. Sorpresa delle sorprese, Abdul risponde reggendo i ritmi e i toni che do alla nostra interessante conversazione. Scopro che è un bambino sveglio e vivace, allegro e sempre pronto a regalare sorrisi. La sua mamma e le altre donne impegnate in cucina si fermano, prima sorridono poi ridono di quella che sta diventando una vera e propria discussione tra me e lui.
Ha tre mesi, ma sa ridere di gusto. E mentre mi godo quella gioia gratuita che si sta diffondendo mi chiedo se qualcuno, prima di me, si fosse mai fermato a giocare con lui. Ma soprattutto mi chiedo che cosa stiano pensando quelle donne esperte di figli, di me, che mi comporto da bambina davanti ad un bambino. Non è cultura qui giocare coi più piccoli, divertirsi insieme a loro, fermarsi a coccolarli un po’. Intanto mi accorgo chiaramente che queste mamme sono piacevolmente stupite da quello che una creatura così indifesa sa fare.
Il giorno dopo la scena si ripete: dopo averlo allattato la sua mamma mi cerca per lasciarmelo tra le braccia e così me lo porto a passeggio e non perdo occasione per strappargli una risata.
Allora decido che posso smetterla di pensare che cosa stiano pensando loro di me mentre faccio quello che qui non si fa. Con la santa leggerezza che qualcuno mi ha consigliato di adottare pochi giorni fa, continuo a farmi lunghe chiacchierate con Abdul che non si stanca mai.
Abdul è cicciottello, porta una braccialetto di rame al polso e una cordicina annodata intorno alla vita a cui è appesa una moneta da 5 franchi. Stava sdraiato per terra e non la smetteva di sgambettare e stringere il pezzo di stoffa sotto di lui con i suoi piccoli pugni. Non ho resistito e sfiderei chiunque a farlo: mi sono chinata ed ho cominciato a parlargli in un italiano per tutti incomprensibile ma in quella lingua universale che ci faceva capire. Sorpresa delle sorprese, Abdul risponde reggendo i ritmi e i toni che do alla nostra interessante conversazione. Scopro che è un bambino sveglio e vivace, allegro e sempre pronto a regalare sorrisi. La sua mamma e le altre donne impegnate in cucina si fermano, prima sorridono poi ridono di quella che sta diventando una vera e propria discussione tra me e lui.
Ha tre mesi, ma sa ridere di gusto. E mentre mi godo quella gioia gratuita che si sta diffondendo mi chiedo se qualcuno, prima di me, si fosse mai fermato a giocare con lui. Ma soprattutto mi chiedo che cosa stiano pensando quelle donne esperte di figli, di me, che mi comporto da bambina davanti ad un bambino. Non è cultura qui giocare coi più piccoli, divertirsi insieme a loro, fermarsi a coccolarli un po’. Intanto mi accorgo chiaramente che queste mamme sono piacevolmente stupite da quello che una creatura così indifesa sa fare.
Il giorno dopo la scena si ripete: dopo averlo allattato la sua mamma mi cerca per lasciarmelo tra le braccia e così me lo porto a passeggio e non perdo occasione per strappargli una risata.
Allora decido che posso smetterla di pensare che cosa stiano pensando loro di me mentre faccio quello che qui non si fa. Con la santa leggerezza che qualcuno mi ha consigliato di adottare pochi giorni fa, continuo a farmi lunghe chiacchierate con Abdul che non si stanca mai.
Qui tutto sta diventando più familiare ed allo stesso tempo
diverso. Un paradosso in cui trovare un posto comodo in cui starsene a vivere. Più
si conosce questa gente, i loro modi e la loro affascinante cultura, più ci si
accorge delle profonde differenze che dettano i nostri stili di vita. Raramente
dimentico di essere bianca ma piano piano divento sempre più me stessa,
decidendo che “si Alice, va bene quello che stai facendo” quando ho ben visto e
calcolato che i miei atteggiamenti inesperti non offendono gli altri.
Allora anche oggi, ancora una volta, mi sono fatta quattro
risate con Abdul che deve essersi veramente tanto divertito, perché a forza di
ridere gli è scappata la pipì. Dopo un primo momento in cui fissavo i miei
pantaloni bagnati, ho messo anche questa sul ridere. Ma non dovevo farlo,
perché tempo cinque minuti, me l’ha di nuovo fatta addosso.
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