sabato 25 febbraio 2012

Bonjour gam!


Immaginate la chiesa parrocchiale nella penombra mattutina. Tra le sagome illuminate dai neon che formano le quattro braccia della croce, scorgerete sulla destra una figura che ondeggia da una parte all’altra, talvolta con le mani alzate, al ritmo dei canti in Samo. Marie Cecile, occhi socchiusi e sorriso sdentato, veste un abito stracciato, rigido per la sporcizia. Cammina storta,  trascinando il peso della sua malattia e dell’emarginazione. Per tutti lei è matta. La potete facilmente incontrare a messa mentre risponde a voce alta, secondo i suoi tempi,  e al momento della pace affrettarsi per dare il segno della pace alle sue bianche, le sue ‘gam’. Marie Cecile non ha nulla, solo quel vestito e il rosario di plastica rosa al collo. Sul sagrato o accanto all’entrata dell’ufficio dell’abbè Enrique canta a squarciagola i canti della messa e benedice in Samo. Talvolta entra nel cortile delle suore e, dopo qualche metro, si ferma davanti alla statua della Madonna per cantare l’Ave Maria. Non chiede pane, acqua, soldi, viene solo per salutare chi non l’ha abbandonata. Marie Cecile è sola ma è sicura che Dio non l’abbandona. Per questo, tra tanti posti che potrebbe scegliere per dormire all’addiaccio, sceglie di appoggiarsi al cancello della chiesa per fare compagnia al suo Signore, Colui che non l’ha mai abbandonata. Piccola Marie Cecile, a te appartiene il regno dei cieli! 
Teresa

sabato 18 febbraio 2012

“Sono giorni che va di fretta la fiducia, la lealtà e pure il destino”


Se avessi talento, pazienza e tempo a sufficienza ci sarebbe da scriverci un libro. Si perché di gente ne abbiamo conosciuta, tanti pensieri e impressioni sono stati scambiati, sorrisi regalati e tanta positività intascata. La partenza era un misto di curiosità, perplessità e speranza. Dopo l’ultimo viaggio a Ouaga, era naturale preoccuparsi nuovamente a come sopravvivere nel caos disordinato della capitale. 

La stima all’interno del petit car che ci ha portato fino a Ouaga ammontava un’ottantina circa di passeggeri, tra cui uomini, donne e bambini e due polli dalle zampe legate; sopra al veicolo, tenuti ben saldi da corde infinitamente lunghe: borsoni, bacinelle, sacchi di riso, farina, fagioli, undici capre, due motorini, una bicicletta e una cesta con circa una quindicina di polli. Insomma, non eravamo da sole! Così il viaggio alla volta della grande città è cominciato sotto il sole delle 8.40, con un ritardo che di norma altera notevolmente i pendolari di Trenitalia, me in primis.
Penso che sarebbe saltato fuori un bel fumetto se qualcuno su quel pullman insieme a noi si fosse messo a disegnare le nostre facce: un susseguirsi di occhi sgranati, bocche spalancate e poi gomitate e sguardi d’intesa quando… un uomo, che evidentemente stava ancora legando i bagagli, scende dal tettuccio del pullman e con agilità e destrezza di chi conosce bene il suo mestiere, rientra dalla porta …il tutto mentre sfrecciamo sulla strada tutta polvere e buche; un passeggero dal fondo del petit car, al momento di scendere, prende la strada più breve, come qualsiasi uomo con un po’ di senso farebbe: esce dal finestrino. Anche il ragazzo che passa a controllare i biglietti sceglie la via più corta.
Poi una donna che chiede di scendere e l’autista che non si ferma, continua a schiacciare sull’acceleratore ancora per un paio di kilometri. Smettiamo di capire cosa sta succedendo quando l’atmosfera si surriscalda e tutti cominciano a parlare, con toni decisamente alti, nelle loro lingue: samo? Morè? Djula? Sentiamo solamente qualche parola in francese che dice Elle est ta petit soeur, tu fais du mail a ta petit sœur.”  Pourquoi tu te n’arretes pas ? La femme n’a pas le droit de descendre?”  e capiamo che tutti quegli uomini che hanno iniziato a gridare e inveire contro l’autista stanno prendendo le difese della donna. Posizione che mi conforta avendo ormai conosciuto quale è il posto e l’onore riservato a chi indossa la gonna qui.
Arrivate a destinazione incontriamo, uno dopo l’altro, come se qualcuno ce li avesse preparati nei posti giusti e al momento giusto, tanti piccoli angeli custodi che, senza che probabilmente mai lo sapranno, hanno trasformato quella che doveva essere avventurosa sopravvivenza in un esempio indimenticabile di accoglienza.

Il the delle cinque

Ora ripenso…
…al pomeriggio di giovedì: come Helen che perde la metro e prende un taxi per rincasare in Sliding doors, così noi abbiamo aspettato la nostra metropolitana in ritardo di un paio d’ore sulla nostra occidentalissima tabella di marcia e, in quelle due ore, abbiamo conosciuto una decina di ragazzi provenienti da Togo, Benin, Niger, Guinea Conakry e ci siamo ritrovate a bere the caldo insieme a loro, seduti in cerchio e semplicemente a chiacchierare, a chiedere chi sei, cosa fai, cosa ne pensi di quello che hai visto fino ad oggi  e a farci spiegare tanti comportamenti e situazioni a cui ancora non sappiamo dare un senso o una spiegazione.
…al bicchierino di the, piccolo come quello degli amari, riempito una volta per ciascuno e che passava di mano in mano e di bocca in bocca.
…alla voce del muezzin che esce dagli altoparlanti delle moschee che riempiono la capitale e richiama i ragazzi alla preghiera che, uno dopo l’altro, si alzano e si allontanano, dandosi il cambio per non lasciarci sole.

Senah

Senah, uno di quelli che ti fa pensare che Dio deve averci messo qualche secondo in più degli altri a crearlo, bello e perfetto com’è. È venuto a salutarci alla porta la prima sera; venerdì è passato ancora una volta per darci la buonanotte. Siccome mi ricordavo bene l’intensità della sua stretta di mano, la seconda volta non mi sono fatta trovare impreparata e ho risposto al suo saluto con altrettanta forza. Questo deve averlo sorpreso perché ha tenuto stretto ancora un po’ la mia mano e mi ha regalato uno dei sorrisi più belli mai visti guardandomi dritto dritto negli occhi.

Resta da perfezionare

Giovedì sera l’abbe Prosper ci ha portato a mangiare il pesce alla griglia… rigorosamente con le mani! Cotto sul bordo della strada, non aveva nulla da invidiare al pesce cucinato nei ristoranti in riva al mare. Ho dato sfoggio di ciò che mi avevano insegnato in Sierra: sembrano gesti grossolani e fatti a caso, ma in realtà dietro vi è nascosta una tecnica per nulla naturale a noi che il cibo lo sfioriamo con coltello e forchetta. Finito il sopra e il sotto del pesce,  è stato il momento della testa: me la sono mangiata, con sforzo notevole e a occhi chiusi. Ma qui imparo che, davvero, non si butta via niente. Grande consenso ha avuto la leccata finale alla mano; questa gente sarebbe perfetta per i fonzies.
Resta da specificare che la tecnica è ancora da affinare: un altro motivo per essere felice di avere davanti ancora nove mesi.

Occasione trovata

È qualche settimana che abbiamo deciso di andare a Sabou, un villaggio decisamente non troppo vicino e nemmeno di strada per i petit car che spostano gente e cose ogni giorno e più volte al giorno. Il problema è dunque il come arrivarci. E così, venerdì, abbiamo incontrato lungo la stradina che ci portava alla camera l’abbe Benjamain di Koudougou (villaggio distante una quarantina di kilometri da Sabou) e, dopo poche chiacchiere, ci ha lasciato il suo numero, dicendosi disponibile ad accompagnarci fino a Sabou non appena abbiamo tempo. Quando si cerca un passaggio, qui dicono “Je cherche un’ occasione”. Noi nemmeno l’abbiamo cercata che qualcuno già ce l’aveva offerta.

Occhi dentro occhi

Anche lui l’abbiamo conosciuto per caso, perché era lì ed anche noi ci siamo ritrovate nello stesso posto. L’abbe Benoit parla e sa ascoltare. Parla e ascolta non solo con la bocca e con le orecchie; è uno di quelli che ha il dono di ascoltarti con gli occhi e secondo me gli occhi hanno un rapporto privilegiato col cuore. Finalmente, vuoi che il francese migliora sempre più, vuoi che ero seduta al suo fianco, ho raccontato a qualcuno perché oggi mi trovo su questa terra. Ora mi resta un dubbio: avrà capito cosa è riuscito a fare dal mio timido merci beaucoup?

C’era un cammello parcheggiato a bordo della strada.

Un’ immagine tipica quando si vuole generalizzare sull’ Africa, inusuale del Burkina Faso. Dal petit car l’ho visto seduto lì, davanti ai banchetti in cui si vende un po’ di tutto. Ho reagito come fanno i bambini quando passano davanti ad un negozio di caramelle, o come faccio io davanti alla vetrina della pasticceria: sussulto, mi giro, spalanco la bocca e dico “nooooooooooooo”, dalla O un po’ aspirata perché è meraviglia pura. Ma perché un cammello in città? Ben presto mi saltano alla mente le immagini viste al telegiornale l’altra sera: il Mali è in rivolta, i Tuaregh si spostano, escono e si fanno profughi in una terra poverissima, dove comunque è assicurato qualcosa di meglio: la vita. Sono arrivati anche in Burkina Faso; attraversano i deserti e sono a migliaia. Undici li abbiamo anche caricati sul pulmino del viaggio di ritorno. Non avevano nulla se non una stuoia, i loro letti, e i più fortunati zainetti vuoti e sgualciti. Ognuno si è stretto ancora un po’ di più al suo vicino e si è fatto posto per ciascuno. Quando sono scesi a Reo, dopo due ore, hanno attraversato la strada, si sono girati e, guardandoci negli occhi, hanno sorriso a noi che ancora non avevamo raggiunto la destinazione. Occhi pieni di chi vive un lutto o una nostalgia di qualcosa che fuori non c’è più ma che dentro ti riempie.

Siamo tornate a Toma. Ma come si fa spiegare a questa gente cosa abbiamo vissuto quando tutto questo per loro è normalità? È come dire che sei stato al mare e hai fatto il bagno: qualcosa di speciale?!

Pane burro e marmellata

La sveglia che suona ci porta, di buon’ora, in una stanza trasformata in cappella. Alla messa delle sei ci siamo noi due e tre preti. Ci sentiamo quasi privilegiate, non capita spesso! È l’ultimo dei nostri tre giorni di permanenza in capitale; più tardi saliremo sul pulmino, unico mezzo di trasporto locale che ci riporterà a Toma dopo cinque ore di strada, piste e polvere. Finita la messa uno dei tre, l’abbe Benoit, ci invita a far colazione con loro, i sacerdoti che studiano all’università di Ouaga. Così ci ritroviamo a spalmare burro e marmellata su panini che non mancano per ospiti inaspettati. Sarebbe bastato il buon caffè, rigorosamente preparato per le italiane, a risvegliarci; ma la loro simpatia, le continue battute tra di loro, mossì e samo (dove l’appartenenza ad un’etnia è scherzo e risate e per nulla rivalità), le domande per conoscerci e sapere di noi, le tante spiegazioni sulla loro cultura, i bisogni del popolo e sul come intervenire con rispetto e delicatezza riempiono le prime ore di questo sabato, che da subito si rivela non essere per nulla noioso. Per arricchire la già apprezzata accoglienza, l’abbe Benoit ci accompagna prima ad acquistare i biglietti per il viaggio e, nella tarda mattinata, ci svela, con una frase che forse non si è nemmeno accorto di aver pronunciato, cos’è la vera disponibilità: alla nostra perplessità di essere un disturbo per lui, semplicemente replica “Ho i miei programmi, ma trovo sempre un po’ di tempo per aiutare le mie petites soeurs”. Alle undici e trenta saliamo ancora una volta sulla sua auto che, ancora tra tante chiacchiere, ci porta alla stazione per il viaggio alla volta di Toma.  Un altro esempio di accoglienza verso di noi che, ancora una volta, non si è fermato ad un bicchiere di acqua ed allo scambio di nomi. 

martedì 14 febbraio 2012

Una risata


14 febbraio 2012


Non vi ho mai raccontato che:

una volta ho passato un’ oretta seduta a fianco di Francesca a leggere i racconti del suo libro di scuola: uno lo leggeva lei, l’altro io;
ho caricato Ismael, Adama, Aicha sul portapacchi della bicicletta, non tutti insieme naturalmente;
una mattina abbiamo incontrato una ragazza, deve essergli piaciuto che anch’io, come lei, mi chiamassi Alice, perché è andata a comprare un sacchettino di succo e me l’ha regalato;
ho visto una mamma giocare col suo bambino;
ho visto una mamma imboccare il suo bambino;
ho accompagnato la mano di Salif con la mia, mentre stava imparando a scrivere la lettera v;
ho cullato Severine, ammalata e in dormiveglia, cantandole sottovoce una ninna nanna;
ho comprato dei fogli in cartoleria e in cambio mi hanno regalato un sacchettino di arachidi;
Charlotte ci ha accolto a casa sua, ci ha fatto preparare il to insieme a lei ed alla sua famiglia e ce ne ha regalato una pentola per la cena.

Approfitto per raccontarvelo oggi perché anche qui è arrivato il tormentone di san Valentino ed io me ne ero pure scordata; penso che, se proprio proprio non lo sono, ci assomiglino molto all’amore queste cose. 

lunedì 13 febbraio 2012

Niente in cambio


Eravamo di fretta, probabilmente per la prima volta da quando siamo qui. Eravamo di fretta e pedalavamo velocissime sulla strada del ritorno, tutta in salita; la fatica si faceva sentire nel fiato corto e nei muscoli che imploravano di fermarci. Qualcuno li ha ascoltati e così… ci siamo fermate davanti ad una mano insistente che ci salutava e un ripetuto bonsoir, insolito da parte di un uomo. Nel venire verso di noi ci dice “J’ai une commissione pour vous”: eccolo, abbiamo pensato, figuriamoci se non vuole qualcosa. Si perché qui tutti chiedono qualcosa ai bianchi: i bambini le caramelle, altri i vestiti, chi direttamente qualche soldo e chi cibo. Mettici che la siccità causata dalle poche piogge della stagione passata sta costringendo la gente ad una povertà davvero elevata; gente impreparata davanti ai piatti vuoti: può risparmiare chi ha qualcosa che avanza. Mettici anche che la storia di un uomo si fa sulla storia dell’umanità e così, il bianco è più ricco e matematicamente può donare ciò che ha. Allora abbiamo aspettato che lui si avvicinasse a noi e ci siamo scambiati i più educati saluti stringendoci le mani. Eravamo in attesa, un po’ in imbarazzo e un po’ sulle nostre, sperando di riuscire a cavarcela anche questa volta. Invece, sorpresa! Ci ha fermato perché ci vede passare ogni giorno; lavora nei nuovi edifici dediti all’educazione all’alfabetizzazione e si è detto “ogni giorno passano di qua, ma chi sono?”. Semplicemente desiderava conoscerci. Dopo avergli promesso che nei prossimi giorni, strada facendo, ci fermeremo a salutarlo, siamo risalite sui pedali e il corpo non era più stanco, forse perché la testa era occupata a pensare a quel ragazzo, al primo pensiero nato,  all’ennesimo pregiudizio che non ho saputo frenare, alla gioia misto stupore di cui quell’ incontro mi aveva riempito.
Ripensandoci stasera mi vengono in mente tutte le persone che per giorni e giorni, mesi e anni ho incontrato quotidianamente sulla mia strada: chi in stazione e chi sul treno; i vicini di ombrellone ma anche quelli di casa; nella classe di fianco, la commessa del Conad. Tutti perfetti sconosciuti. E poi penso a come si debbono sentire gli stranieri a casa nostra, quando nessuno rivolge loro un trattamento speciale, spesso nemmeno un trattamento; penso soprattutto a quegli stranieri che per cultura, nella loro terra, considerano l’ospite sacro. E poi mi chiedo:  è proprio sacralità protendere verso l’istinto più umano che umano non si può, ovvero il conoscere l’altro? Ho da pensarci su. 

In cucina di nuovo lei


Oggi è tornata Anna al lavoro, dopo due settimane. Quando ci siamo viste, ha spalancato le braccia ed è venuta verso di me; in quei pochissimi secondi ho capito che potevo lasciarmi abbracciare, che Anna stava proprio per farlo. Allora anch’io ho aperto le mie braccia e ci siamo salutate così, come si fa con qualcuno che finalmente rivedi perché si è sentita la sua assenza e davvero sei felice che sia ritornato. 
Un altro abbraccio, qui si contano …siamo a due! 

domenica 12 febbraio 2012

Ancora e sempre lui


Stamattina è tornato a trovarmi Alansandre, dopo la messa, vestito di tutto punto: pantaloncini e camicia col pagne di Natale. Tra le chiacchiere gli chiedo “sei venuto da solo, dove sono i tuoi amici?”
“I miei amici? Quali?”
“Mah, avrai degli amici…”
“Sei tu una mia amica”
L’ho abbracciato e l’ho visto: ha sorriso per quel gesto.  Fa il bulletto, ma è un gran tenerone. E per fortuna ha solo undici anni, perchè un po' mi fa innamorare e, altrimenti, sarebbe diventata una questione seria.  

sabato 11 febbraio 2012

Dimitri


Dimitri avrà dodici anni, penso. Non è tra quelli che se non c’è si sente; non dà troppa confidenza, non ti cerca. Riesco a ricordarmi di lui grazie a quella volta che abbiamo medicato la sua mano dalle dita gonfie.
Poi ieri mi ha regalato una busta, sopra c’era scritto “j’espeur que vous sauroit contentes d’avoir ce lettre”; dentro il disegno di una bicicletta.
Sotto al mio letto, a casa, c’è una scatola con un centinaio di disegni che in tanti anni mi hanno regalato tanti bambini. È cosa normale per chi ha quotidianamente a che fare con loro.
Ma questo regalo mi ha emozionato tantissimo, forse perché inaspettato, forse perché davvero gratuito.
Quando poi l’ho ringraziato, mentre gli versavo l’acqua sulle mani per lavarle prima del pranzo, non ha detto nulla, ma so per certo che è arrossito …e ancora una volta ho pensato che sono fortunati loro, che possono arrossire senza che nessuno se ne accorga. 

martedì 7 febbraio 2012

Partager


Marie Jeanne e Sylvie, insieme fanno 13 anni: due grandi maestre.


lunedì 6 febbraio 2012

Polvere ovunque


Quando stamattina ho aperto la porta della camera ho fatto fatica a respirare. Non era solo lo stupore a fare corto il fiato: una luce rossa opaca investiva tutto, a partire dal cielo, poi le case, le persone, l’aria. Il vento aveva rumorosamente soffiato tutta notte rendendo difficile il mio sonno, ma mai mi sarei aspettata uno spettacolo di nebbia colorata al risveglio. Ossigeno pesante, pesantissimo! Ossigeno fatto di polvere che entra negli occhi, nella gola e tra le trame del cotone dei pantaloni e delle magliette.
L’altra sorpresa che mi ha fatto impugnare la macchina fotografica l’abbiamo trovata lungo la strada: strada deserta, nessuno in giro. Le donne non pestavano il miglio, i bambini non giocavano nei cortili, gli uomini non erano seduti sulle loro sedie di bambù. Solo gli animali non si sono arresi a questa natura che nuovamente sorprende tutti.
Inevitabilmente ho pensato alla mia casa, al mio Paese, in questi giorni. Bloccato sotto la neve, al gelo. Oggi effettivamente nemmeno qui si suda, ma il freddo naturalmente non è paragonabile. Mi emoziona scoprire che l’uomo sa ancora fare un passo indietro per lasciare spazio alle sorprese della natura, che ancora sa modificare le sue abitudini seguendo i capricci di qualcuno di più potente. Qui l’hanno saputo fare senza lamentela alcuna, accettando di sospendere il non indispensabile per un giorno; l’hanno saputo fare con semplicità e naturalezza, addirittura senza stupore.
Spero di non dimenticare questa lezione silenziosa che qui nessuno sa di avermi dato quando, con la neve del 2013, mi troverò costretta a starmene chiusa in casa e mi annoierò a morte.   


giovedì 2 febbraio 2012

Voilà ici notre maison



Francesca è quella che mia zia chiamerebbe “una spippola”.
Occhi grandi, fa la smorfiosetta, ma se inizi a giocare prima tu,  non si tira indietro.
Oggi l’ho salutata verso l’una uscendo dal Centro, quando mi ha chiesto “Dove vai?”
“A casa, a mangiare. Ci vediamo domani”. Col suo tono tipicamente serio, replica: “Allora mangi qui”.
Ah! Il mio pessimo francese! “No Francesca, oggi vado a casa a mangiare!”. E qui mi sono sciolta per la sua dolcezza dura, bambina costretta a crescere in fretta come tante altre, quando, sempre seria, mi dice “Si ho capito, dici di andare a mangiare a casa, ma la nostra casa è questa”

mercoledì 1 febbraio 2012

25 gennaio - 1 febbraio 2012


"Ci sono giorni in cui ti senti in esilio,in cui nulla o nessuno riesce a farti tornare in patria, giorni che scivolano via dal calendario,inutili e smarriti. Ci sono giorni di sole asciutto e di terrazzi nitidi, in cui l’orizzonte tra mare e cielo è netto come in un disegno,giorni che tutti, tranne qualche pazzo felice, non sanno neanche vedere correndo a rinchiudersi tra quattro pareti.Ci sono giorni che scappano via e afferri solo alla fine, quando sei stanco, non sai più che farne e getti via come un cibo scaduto. Ci sono i giorni che diventano celebri, quelli degli incontri che scuotono la vita, oppure quelli che lasciano il segno per un’emozione o una scoperta, per una solitudine o per una compagnia. Ci sono i giorni-vigilia, dei conti alla rovescia, delle sfide attese e temute, i giorni che credi importanti e che invece, subito dopo, sono già appassiti. Ci sono i giorni-fotocopia, quelli che potresti scambiare tra loro, uscendo da uno per entrare nell’altro senza accorgertene.Ci sono i giorni-civetta, che ti sorridono da lontano, che ti tentano e ti fanno sperare, ma poi non si presentano all’appuntamento.Ci sono giorni di altri che una volta erano anche i tuoi e che adesso non sono più nel tuo calendario, giorni che non ritornano. Ci sono giorni burrasca, che ti sorprendono al largo mentre stai facendo le solite cose e devi pregare per riuscire a tornare.Ci sono i giorni più duri, bui anche a mezzogiorno, degli strappi improvvisi, quelli dei congedi definitivi, delle cose che non puoi cambiare anche se vorresti, i giorni in cui paghi tutto e con gli interessi, quelli in cui una fitta che avevi dimenticato torna a farsi sentire.Ci sono i giorni che si sciolgono al sole: sono belli al mattino, ma poi non accade nulla. Ci sono i giorni-destino, in cui tutto ti accade e tu non hai scelto, i giorni che decidono anche per quelli successivi senza averli consultati. Ci sono i giorni tagliati in due, quelli in cui devi strapparti via mentre vorresti rimanere oppure riesci a passare tra le sbarre e sei libero all’aperto. Ci sono i giorni in cui voli leggero ad alta quota e quelli in cui anche camminare stanca, giorni da giovani e giorni da vecchi. Ci sono i giorni degli oroscopi, enigmi ed amuleti, in cui tutto risuona e tutto allude, i giorni esoterici. Ci sono giorni con le mani sudate, di attese impotenti dietro porte chiuse, di esami e responsi, i giorni nelle mani di altri e talvolta in quelle di Dio. Ci sono i giorni in cui lavori tanto, ma nessuno se ne accorge e quelli in cui tutti lodano il niente che hai fatto. Ci sono i giorni in cui ritrovi un’amicizia, conquisti una fiducia e quelli in cui la perdi; giorni in cui riesci a curare e guarire, quelli in cui ti sai soltanto ammalare. Ci sono i giorni in cui ti piaci e ti porti in giro con soddisfazione e quelli in cui ti nascondi e non vorresti mai essere in tua compagnia. Ci sono i giorni servili, quelli che preparano gli altri giorni, giorni che sono solo gradini, e i giorni-signori, quelli un pò superbi che sono lì solo per comandare le storie e dirigere le orchestre. Ci sono i giorni che guardi dall’inizio e quelli che guardi dalla fine, quelli che si fanno pregare e quelli che ti pregano,i giorni arrivati presto e quelli arrivati tardi. Ci sono i giorni di mare mosso in cui, se sei saggio, ti metti al riparo e quelli di brezza leggera in cui l’aria è una carezza e devi lasciarti andare. Ci sono i giorni di storia, con date, battaglie e racconti e quelli di geografia in cui il tempo scompare e ci sono solo spazi, rocce e insenature. Ci sono i giorni eremiti, in cui lasci tutto alle spalle e diventi una salita e un silenzio, e i giorni carnevale, quelli in cui vorresti sempre toccare ed essere toccato.Ci sono i giorni in cui pensi ai giorni e quelli in cui togli la spina al pensiero.C’è un giorno, un solo giorno in cui ti accorgi che la vita è una successione di giorni diversi, una collezione di fotografie,che lascerai ad altri,nella speranza che ne conservino qualcuna"
F. Cassano